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Athena - Recensione

Presentato in concorso alla 79esima Mostra del Cinema di Venezia e prodotto e distribuito da Netflix, l’opera quarta del figlio d’arte Romain Gavras cerca di spiegare le turbolenze dell’animo umano in una storia famigliare venata di tradimenti e dubbi. In un contesto di guerriglia e battaglia cittadina, il film rimane spettacolare e ben girato, ma non convince nella spiegazione della sua idea centrale

Amir aveva tredici anni quando la polizia, apparentemente, l’ha picchiato a morte e lasciato esanime per terra. Il fratello maggiore, Abdel, poliziotto, è costretto a darne la notizia e a promettere che la polizia cercherà la verità. Karim, però, fratello di Amir e Abdel, non ci sta e vuole vendetta, vuole i colpevoli; per questo scatena l’inferno nel distretto di polizia, per poi spostarlo ad Athena, quartiere periferico di Parigi. Le case sono evacuate, e i palazzi sono messi a ferro e fuoco dalla furia di Karim e dei suoi giovanissimi seguaci. Abdel è richiamato a casa, con la speranza di porre fine alla guerriglia che ben presto si trasforma in scontri sanguinosi, invasioni, infiltrati e tradimenti. Athena ormai è un fortezza, distrutta in larga parte da un’esplosione dopo l’altra, mentre il dubbio su chi abbia realmente commesso l’omicidio del giovane Amir pervade Karim, ma soprattutto Abdel, arrivando, così, a mettere in discussione i suoi principi.
Romain Gavras con Athena filma il suo quarto lungometraggio. Il suo stile, costruito anche grazie alla regia di alcuni video musicali, è chiaro, e si esprime in ogni sua caratteristica. I piani sequenza, i primissimi piani, la velocità delle riprese, un’immagine patinata, glam, quasi retorica, coloratissima e accesa connotano il suo universo poetico. C’è poi la periferia, rifugio di un’immigrazione orgogliosa, arrogante che combatte e non arretra. Tutto questo è presente anche in Athena in cui il regista francese innesta questo universo di immagini e simboli nella narrazione della tragedia greca. Nel film, infatti, come spesso anche nelle tragedie classiche, tutto si svolge in un solo giorno: dalla mattina in cui è esposto il malfatto, attraverso le parole di Abdel (Dali Benssalah) e la reazione di Karim (Sami Slimane), fino alla sera, al termine della lotta. In mezzo c’è una vera e propria guerra che Gavras sottolinea con un sonoro assordante di esplosioni e spari di fucile, lacrimogeni e colpi di manganello che si consumano tra i nuclei speciali della polizia e il gruppo di seguaci di Karim. Athena, però, non è un film sulla guerra, anche ideologica, tra la polizia e gli abitanti della periferia, bensì un frammento di storia di tre fratelli, Abdel, Karim e Moktar (Ouassini Embarek), quest’ultimo un piccolo delinquente a cui preme più salvare i suoi affari che la vendetta del fratellino. Questi tre, come i personaggi della tragedia, rappresentano tre sfumature dell’animo umano: l’istinto, Karim; la diplomazia Abdel; la follia Moktar che posti a confronto, esplodono e si annientano. È, pertanto, una famiglia in cui la ragione della dea Atena non esiste e non basta nemmeno il personaggio della madre a cercare di porre un po’ di raziocinio nei figli. Il regista li veste di sangue che pompa nelle vene e azione, di pancia e istinto, a tal punto che Abdel, il diplomatico, subisce un’evoluzione, un cambiamento in peggio. Lo stile di Gavras, pertanto, ben si accorda a mostrare tutto questo. I lunghi piani sequenza che dal particolare dello sguardo dei protagonisti o dalla visione della singola battaglia dei rivoltosi contro la polizia si allargano a mostrare la distruzione, per poi tornare nuovamente su uno dei tre fratelli, è una scelta adatta a spiegare il su e giù emotivo dell’animo in fiamme, seppur nella globalità della visione stancano. L’idea di narrazione in tempo reale, inoltre, è stimolato dall’uso del piano sequenza, permettendo, così, a chi guarda di percepire empaticamente gli incroci di idee e corpi dei fratelli, il flusso di azione e reazione. Athena è, dunque, una storia famigliare di annientamento. Ecco, annientamento. Questo atto è istigato e alimentato dalla manipolazione, dal dubbio dell’animo umano, dalla fragilità dell’uomo (è stata veramente la polizia a uccidere Amir?) che rappresenta il vero motore della lotta fratricida. E, purtroppo, proprio qui Gavras non convince. Il pensiero che forse la lotta condotta da Karim e Abdel possa esse infondata, arriva alla fine del film anticipata da alcuni spunti narrativi, come il potere subdolo dei media, ma non è consolidata dal regista. Il pensiero dell’incapacità di ragionare e di rendersi conto di come stiano realmente le cose, dovrebbe coronare la storia, ma il regista non gli concede il giusto spazio per spiegarsi e convincere chi guarda. Proprio nel momento necessario, infatti, prevale in lui più l’estetica di rappresentare un finale scioccante, anche sbrigativo a ben guardare, che faccia presa nello spettatore, più che fornirgli una chiave di lettura che possa veramente spiegare e dimostrare il turbolento animo dell’uomo, perno concettuale del film e della tragedia greca.

Athena rimane, in ogni caso, un film da vedere, perché la spettacolare azione che lo caratterizza è espressione del cinema stesso ed è proposta con un pensiero e uno spunto registico che andava però modellato diversamente in particolare nella seconda parte. Allo stesso tempo è un film che non chiude il cerchio, non si conclude, che regala grandi immagini, che tiene viva la tensione, ma non insiste sul suo principio fondante, la fragilità dell’essere umano e la sua facile manipolazione.  




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 2.5

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Davide Parpinel

Del cinema in ogni sua forma d'espressione, in ogni riferimento, in ogni suo modo e tempo, in ogni relazione che intesse con le altri arti e con l'uomo. Di questo vi parlo, a questo voglio avvicinarci per comprendere appieno l'enorme e ancora attuale potere di fascinazione della settima arte.

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